giovedì 8 luglio 2010

Un ometto, ormai

Se uno è fortunato, davvero fortunato, ha una cosa in più degli altri. Beh, a dire il vero sono molti, questi possibili vantaggi comparati con cui spiazzare la concorrenza, sul mercato internazionale. Ma quando si arriva alla vita personale, lì il vero vantaggio è uno solo: la consapevolezza. Gli altri ondeggiano immersi in situazioni, contesti, sistemi, come se fossero al centro di un budino o una gelatina e, ovviamente, ovattati in quel modo, non capiscono niente di quello che succede attorno. Ma tu no, tu vedi i singoli avvenimenti mentre accadono, li isoli, e li comprendi. Che sia chiaro, questo non ha alcuna ricaduta pratica, e ad essere venali non ci guadagni niente. Ma ti accontenti, non è in fondo poco riconoscere i passi importanti della propria vita, i singoli momenti che, boom, ti rendono più maturo.

Succede per esempio quando smetti di innamorati di attrici, cantanti, cantanti-attrici. E ti innamori di una scrittrice. Hai raggiunto una certa profondità. Ben fatto, amico.



domenica 4 luglio 2010

Warning+spoiler: chiacchiere egocentriche

Non è un post per Alessie.

In quest'epoca non ci sono più certezze, uh? Non si sa più dove si sta andando, una strada sembra valere l'altra e la cosa comica è che questo casino l'abbiamo creato, paradossalmente, volendo mettere troppi cartelli ed indicazioni, per fare chiarezza, ed ora in questa babele sembriamo incapaci di riuscire a leggere giusto il cartello che servirebbe a noi. Non è che le certezze vacillino, sono proprio crollate, e mica dal 2001, almeno da Londra e Dresda. Come direbbe Bloch, non c'è più niente da ridere dal '43.

Giusto per cercare di capire quello che mi gira intorno, mi sto adeguando anch'io a questo trend. E vedo in crisi due credenze su cui avevo sempre potuto contare. Da buon modernista atipico, mi sono sempre guardato dall'idea di progresso che si presumeva avvolgere la società (coccolo di mio un'idea molto più sensata e simpatica di progresso, un progresso buontempone e un po' confusionario, dovreste conoscerlo, ne vale la pena) ma, giustamente, mi tiravo fuori dal generale, e nel particolare credevo nel progresso di me stesso. Comunque andassero le cose, mi sembrava di diventare sempre migliore rispetto a quello che ero prima; semmai il problema poteva essere il tasso, di questo progresso, che la maggior parte delle volte finiva per essere inferiore al desiderato, al previsto, al richiesto; ma, insomma, a conti fatti non potevo lamentarmi. La seconda certezza, in parte legata alla prima, era che, al diavolo, fossi un gran bel pezzo di interlocutore. Mi cullavo nell'auto-convinzione che, per quelle poche persone che riuscivano a tirarmi fuori dal guscio di mutismo selettivo che mi prende, di tanto in tanto, dovesse essere comunque piacevole parlare con me. So adattarmi ad argomenti, timbri e situazioni; ho -io- un rapporto non proprio disastroso con ironia e sarcasmo ma, quando serve, riesco a cacciarle in un angolo, dimostrarmi comprensivo e perfino sensibile; soprattutto, riesco a mettere da parte un certo armamentario di idee e convinzioni, riesco a spiegarle con un discreto rigore logico, e sono disposto a metterle in gioco, anche. Beh, giusto per smontare questo auto-incensamento, mi riconosco sempre meno in una descrizione simile. Penso c'entri molto il fatto che negli ultimi anni mi sono aggrappato sempre più a rapporti in cui l'ironia e il sarcasmo di cui parlavo prima finivano per diventare il tono principale e, devo dirvelo, non sono più così convinto che abbia tutto questo gran senso, il motto castigat ridendo mores. Va a finire che a forza di ridere e ridere, senza neanche accorgervene, diventate delle iene, e non vi riesce più di parlare con gli altri mettendo in gioco un briciolo di sincerità, e di umanità.

E' che è salita di molto la mia soglia di intolleranza, superata la quale mi viene più semplice sbeffeggiare, che dialogare. E' che mi sembra dovrebbe esserci almeno qualcosa dato per pacifico, un abc che non si mette in discussione. C'entra anche il fatto che ci siano per me dei tasti sensibili, e uno di questi è tutta questa infatuazione per il mito del buon selvaggio, dell'età dell'oro andata perduta, del paradiso terrestre che c'era e ci siamo dovuti mettere in testa di perdere. E' roba per Rousseau, questa, io no grazie, salto il turno. Davvero, non ci riesco. Non riesco a prendere seriamente gli "ah, una volta, signora mia, le cose andavano meglio" e i "si stava meglio quando si stava peggio", e a dialogarci. Non nelle forme più degenerate, che so, certe forme di terzomondismo e di esotismo, o quell'amore smodato per una presunta innocenza dell'infanzia. Vogliamo dirla tutta? Senza curarci di essere cattivi, o stronzi? Beh, lo sapete perché i bambini fanno ooh? Perché non capisco un cazzo, sono stupidi, e per molti versi sono più vicini alle larve, che ad un senso compiuto di umanità. Questa presunta quintessenza di purezza che riconoscete loro è al tempo stesso direttamente legata al fatto che non sappiano stare in piedi saldamente, controllare decentemente il proprio corpo, che non capiscano niente (o molto poco), del mondo che li circonda. Grazie a dio viene il momento in cui la smettono, di fare ooh, e cominciano ad essere in grado di fare discorsi più articolati, imparano a stare saldamente sulle proprie gambe e sostituiscono la sorpresa ebete che li coglie di fronte ad ogni fenomeno con la comprensione dei fenomeni che li circondano (o per lo meno con la consapevolezza di dover tendere, verso questa comprensione).

Ma non mi riesce nemmeno con le forme più raffinate, elaborate, intelligenti. Perché, dai, davvero, alla fine di tutto è questa la questione? La perdita dell'ordine, dello scopo, del senso. La complicazione di tutto, e l'inquietudine che ne deriva?
Di una vita che nemmeno doveva interrogarsi, sul senso: nascevi e lavoravi, crescevi e lavoravi, ti sposavi e lavoravi, mettevi al mondo dei figli e lavoravi, invecchiavi e lavoravi, morivi infine e via, nelle grandi braccia accoglienti di Nostro Signore Iddio. Dovevi solo essere buono.

Sarebbe stato il sorriso stupido e vacuo dell'ebete, ma sarebbe stato comunque un sorriso.
(Mi verrebbe da notare che molti invece lamentano il fatto opposto, che in questa società non ci è dato che accettare il senso che l'ordinamento stesso ha stabilito, che l'uomo non può uscirne ma deve obbedire e seguire il nastro trasportatore costruito per lui. Ma facciamo che non lo noto).
E dire che io credevo fosse il caso di fare un minimo di festa, con tanto di trombette, per questa "conquista". Che valesse la pena fare qualche capriola di giubilo (prima di recuperare il dovuto aplomb, ovviamente) per il fatto di non essere più costretti a dover accettare un senso costruito a scatola chiusa, che ci fosse una buona volta concesso il lusso di trovarcelo da noi un senso, di indagare, ricostruire, esplorare e scoprire. Mi sembrava fosse una libertà non di poco conto; e se ha un peso, beh, allora? Era forse scritto da qualche parte che non dovesse averlo? Mi sembrava carino, che ognuno potesse cercare e trovare il proprio senso, e che alla luce delle ricerche, dei pensieri e delle indagini, si potesse scegliere perfino un senso sensato, rispetto a quei sensi sbilenchi che erano stati rifilati a miliardi prima di noi. E, se alla fine del giro in giostra, fosse saltato fuori che un senso non esiste in fondo, non è che forse possiamo rallegrarci di aver scoperto questo dato di fatto, invece di starcene tutti scomodi compressi dentro un senso fittizio? Guarda che a starsene a lungo costretti in posizioni non naturali se ne viene fuori tutti anchilosati.
Come? Tutto questo potrà anche essere vero, ma alla fin fine, guardando agli effetti concreti, una massa di diseredati -noi!- che brancola a tentoni perché se lo deve trovare, questo senso, e non lo trova più confezionato nei discount, sperimenta la difficoltà del vivere, la confusione e il paradosso dell'esistente, sguazza nell'inquietudine, nella depressione, nel vuoto che sembra circondarla? Ma scusa, e se per caso la vita non fosse che un caos ed un vuoto che inquieta? Non sarebbe questo stato semplicemente coscienza, comprensione, concezione di sé e dell'esistente? E se anche fosse che qualcuno si perde, in tutto questo, non è comunque un passo avanti che ci sia concessa la possibilità di inoltrarci fuori, alle intemperie e al gelo, per poter seguire la strada che vogliamo? Perché alla fin fine questa è un'opportunità, eh, che sta davanti a chi vuole coglierla, ma in fondo nessuno c'è spinto dentro, l'opzione di lasciar perdere tutto questo, e rincantucciarsi in un angolo di senso prestabilito e prefabbricato, in cui vivere a scatola chiusa, c'è sempre. Guardati attorno: è pieno così di gente che continua imperterrita secondo lo stile old school.
E per noi che non ci riusciamo, davvero il bandolo della matassa è il sorriso ebete? (Perché su questo c'è poco da discutere, quel sorriso è proprio ebete). Seriamente, siamo davvero qui a interrogarci se possa convenirci barattare tutta l'inquietudine che ci portiamo dentro con un sorriso ebete? Vale di più un sorriso ebete stampato 24 ore su 24 su questi nostri visetti, belli ed intriganti, che i nervi tesi quasi di continuo ed un solo timido sorriso, intelligente però, che riusciamo a sfoggiare ad ogni morte di papa, e che poi sfugge presto? Certo, c'è sempre da tenere in conto la possibilità che non arrivi mai quel breve momento (eh, a me non capita da parecchio, ad essere sinceri) ma a questo punto ho io una domanda: non è che forse i sorrisi sono un po' sopravvalutati, al giorno d'oggi?

(visto che in apertura c'è Perle ai Porci, devo dirlo: a me questa serie continua sempre a piacere da matti, anche quando smonta tutto quello che dico. http://comics.com/pearls_before_swine/2010-07-04/)

sabato 3 luglio 2010

La fede è un piatto da servire freddo


Funziona così: il cult movie (cult movie in potenza, ma non ancora in atto) esce, non è che sbanchi il botteghino o chissà cosa, anzi muove queste prime mosse in sordina, ma sapete come va, le voci girano e la gente mormora e piano, come un diesel, va a finire che quel film si scava una nicchia nella memoria del pubblico, lancia espressioni o parole che possono perfino approdare al vocabolario, forgia l'immaginario comune.

Per esempio, con la fede va a finire così. Buio, buio, buio, poi arriva una luce -l'illuminazione- e sono balzi e capriole (credete forse che dovrei farne anch'io, di capriole simili, solo perché mi sta venendo una panza à la Belushi?) e gospel cantati tra folle deliranti. Arriva la luce, è un accecamento improvviso, e chi si ricorda più dei decenni di buio precedenti? Dove sono ora i giornali di partito, i giornali-partito, che non criticano un simile atteggiamento condonistico? Basta una simile ubriacatura e ci scordiamo le liste di peccati originali?

No, no, di una fede così il mondo dovrebbe saperne fare a meno. Io, nel mio piccolo, ci riesco. Non che rifiuti la fede del tutto, è che non è possibile vivere questa cosa con un po' di ragionevolezza in più, con calma e pacatezza? Quella luce è da sempre dentro di me, l'ammirazione, l'aspirazione, la devozione per un simile popolo eletto, caparbio e tenace, affidabile e puntuale. La fede non è proprio qualche mossa circense, delle urla ispirate, e sperare che questo basti, e si sia apposto così. E' riconoscere il valore, collocarlo nel giusto luogo, capire ciò che manca, a noi, per raggiungere quel livello, per essere degni della rivelazione, e colmare la distanza a passi ostinati. Da parte mia, oggi assisterò alla funzione con una gran calma dentro, godendomi la tranquillità zen di un simile rapporto con la fede, conscio del fatto che sempre giusta è la strada tracciata dalla forza, e non avrebbe senso un'inversione di marcia alla prima curva.

(ed ora, cancellate tutto. Perché più forte della fede in una nazione è la fede nell'uomo. Nel profeta riconosciuto, che miracoli ha compiuto lungo tutta la fascia di Galilea, per mostrarci la verità, affinché l'imprimessimo nelle nostre menti e ne conservassimo il ricordo, dopo la sua ascesa alla mediana. E se segna lui, al diavolo la pacatezza, butto giù la casa -che per l'occasione non è nemmeno la mia, troppa fortuna.)

domenica 27 giugno 2010

And me too, to tell the truth


Capita delle volte che le principesse, gli eremiti o i maghi scendano dalle proprie torri bianche, quelle costruite in pietra con uno stile un po' sorpassato, in cui le cose succedono di secolo in secolo senza prendersi la briga di un minimo di vitalità. Si tratta di avvenimenti con ben poco preavviso, e ci si ritrova come fuori la hall in pigiama dopo l'allarme, ad improvvisare un certo stile. Fortuna che nelle fiabe le compagnie sono sempre di ottimo livello, tra cavalieri disarcionati che non perdono tempo a leccarsi le ferite, paladini ben piantati, dolci animaletti e fate scarlatte (ci sono anche gli orchi verdi, certo, ma ormai da un pezzo non mangiano più i bambini). Non che basti, per poter contare su un lieto fine. Quando torniamo alla nostra Contea scopriamo di avere un paio di pesi in più da portare sulle spalle e di fare un poco più di fatica a risalire le scale per la stanzetta su in cima (e ci chiediamo quanta fatica in più ancora faremo, quando capiterà di doverle riscendere). Fossimo persone che confidano agli altri le proprie emozioni, sfoglieremmo un vocabolario sinceramente un po' tetro. Scomoderemmo paroloni come inquietudine, malessere, inadeguatezza; cavalli di ritorno dai tempi passati e non più scatoloni di sabbia. Gran fortuna il riserbo, vero?

Non è solo una serata presa per il verso sbagliato. Non è semplicemente trovare avvilente la cronica incapacità di avere a che fare con gli altri con naturalezza; calmi, tu ed io, voi ed io, due chiacchiere ed una condivisione sincera, no, non così, aspetta, niente, non viene. Non è la mazzata di una massa di persone da cui si dovrebbe scappare a gambe levate; molesti, modesti, mediocrità in libera uscita, la foga di riempirsi la bocca di goliardia, l'ammassarsi per ondeggiamenti e gesti imbarazzanti, lo sgolarsi per coretti e canzoni proprio divertenti; quintalate di carne a perdere, e qual è il senso di tanta umanità sprecata? Non è nemmeno la soffocante incapacità di passare sopra tutto questo conservando il senso del limite ed il controllo. È che, nonostante tutto, continua a valere la pena, di restare immersi in quello che ci sta attorno, e se ne potrebbe ricavare qualcosa di buono, ad essere capaci di un'osmosi sana. Bisognerebbe svegliarsi la mattina avendo la continua ossessione di voler dare una voce a questa ricchezza caciarona, e ne uscirebbe una musica densa, a grumi, piena di suoni ché non sarebbe proprio possibile inserirne uno di più, ci sarebbero i fiati, e per forza!, e pure un buon basso (raccontare la vita senza un basso? Ma sei pazzo?), con vari generi, ma mica messi in fila, eh, tutti ammucchiati, tenuti insieme da spinte promiscue (e se la voce è quella che è, sei forse sordo, che ti perdi a criticarla? Non senti tutto quello che ci capita attorno? La voce è quello che deve essere, la voce di un passante preso in mezzo). Perché la vita è bella anche in esilio, si trova sempre qualcosa a cui aggrapparsi, che siano fianchi, luci, o gli altri, e se hai un minimo di culo ti capita anche di sopravviverci insieme, alle sbornie, ai momenti così, alle inadeguatezze, alla propria anima (all'ossessione per le donne mi sa di no, invece, sarà perché hanno sempre un odore migliore). È che mi sveglio, mattina dopo mattina, e la detesto la musica che ne uscirebbe: credete forse che non lo sappia già, tutto questo? Credete che abbia bisogno di farmelo ripetere da voi, ad ogni play? Non vi passa per la testa che ci abbia provato, più di una volta, e che non mi riesca, e non ci sia niente da fare?

La principessa torna a casa, risale le scale sbuffando e a fatica (quei pesi in più, ricordate?) e come musica intreccia un blues scarno e poco originale, lungo lungo, se lo gettasse dalla finestra arriverebbe fino a terra. Per le stagioni a venire si fustiga, nel tempo del disgusto, per le proprie manchevolezze, ancora e ancora, di tempo ne ha, il prossimo avvenimento è atteso tra un secolo. Questa torre è abitata da una principessa alquanto masochista.

domenica 13 giugno 2010

Io ne bevevo quando tu ancora giravi video rap


Un uomo che non capisce nulla di birra, non capisce nulla di nulla.

Il presidente ha ricordato al premier che gli Usa hanno registrato un maggior numero di vittorie contro l'Inghilterra, scommettendo "la migliore delle lager britanniche contro la migliore birra americana" su una vittoria statunitense.

Ho sorpassato il progresso a destra


Non si connette. Si connette con problemi. Si connette. Non si connette. Non si connette. Non si connette.

Va bene, ho un problema. Fingiamo, con aria competente, di essere in grado di trovare una soluzione. Problemi con il modem. Fai vari test, aggiorna driver, disinstalla e reinstalla, e cose così, niente. Può essere un problema di compatibilità di qualche aggiornamento scaricato nel frattempo? Eh, bella domanda. Rapido esame: non credo. Virus? Ipotesi scartata: fiducia illimitata riposta religiosamente in AVG. Che possa essere il cavo? Bah, non credo, ma proviamo, non si sa mai. No, come volevasi dimostrare. Riproviamo con la trafila modem e problemi di computer vari. Niente. Non è nemmeno il pc, mi dà lo stesso problema con altri due.

Va bene, respira a fondo e preparati a fare una telefonata molesta alla Telecom: di sicuro è un problema di rete. Uhm. Magari prima facciamo un salto a prendere un cavo nuovo, magari nel frattempo hanno creato magici cavi che funzionano nonostante tutto e tutti. Oh, funziona. Era il cavo. Pensa un po', smanettamenti inutili. E anche l'altro cavo con cui avevi provato era rotto. Due su due.

Sono una persona digitale in un mondo che, a conti fatti, è ancora analogico.

domenica 30 maggio 2010

Cercare in un passero su un ramo lo spunto per la rivoluzione



Certe volte viene da credere che non esista, il libero arbitrio. Perché, se ieri dovevo scegliere tra X ed Y, non è che avessi davvero la possibilità di scegliere Y, se poi si è verificato X. Era impossibile che si verificasse Y e la prova è che effettivamente Y non si è verificato, in quello che per noi comuni mortali (noi che di fisica ne capiamo ben poco, e certo non le cose scoperte dal padre del leader degli Eels) è l'unico universo, l'unica realtà esistente. Per noi che negli universi alternativi, o paralleli, non ci crediamo (ok, è arrivato Lost nel frattempo, ad incasinare le nostre convinzioni). Gli eventi accadono per necessità, determinati da una massa di variabili così estesa ed intricata, che non ci è dato ricostruire, per ora, con i nostri limiti. I segni ci sono, anche se non riusciamo a leggerli.

Per esempio, ce n'erano, di segnali, che gli equilibri dello sviluppo si sarebbero riaggiustati, nel mondo, e che Paesi emergenti sarebbero arrivati a sembrare (ed essere, anche se per il momento solo in parte) attori fondamentali sullo "scacchiere internazionale". Prendete i BRIC, per esempio. Va bene, la definizione non è nata in ambito accademico, ha un uso più che altro giornalistico e sensazionalistico e i tentativi di farla passare per una specie di organizzazione, e non di un gruppo eterogeneo la cui coordinazione e cooperazione è sempre occasionale, eventuale, non istituzionalizzata, è puerile. In più la Russia non è che c'entri molto, con gli altri. Va bene allora, BIC. Ecco, prendiamo i BIC. Che avrebbero avuto un futuro radioso, doveva essere capito almeno dai primi anni '90. Street Fighter: Blanka e Dhalsim i personaggi più interessanti, Chun Li una gnocca pazzesca. Eh, i segnali...

giovedì 27 maggio 2010

Così battezzo anche Twitter


Ok, ammetto di non essere molto imparziale sul tema. Perché della Corea del Sud sono, come si direbbe in inglese, un big fan. Un po' perché, davvero, al mondo non esiste un'area interessante quanto l'Asia orientale e diciamocelo, di avere una passione per il Giappone son capaci tutti, soprattutto se fai parte di una generazione che è cresciuta a suon di anime, è impazzita per Mai dire Banzai, si è potuta godere il periodo d'oro di Kitano (e di Miike, e di Sono...) e il boom dei locali di sushi nelle città (e Padova non scherza, in questo). E la Cina è per yuppies che si fanno trascinare dalla corrente, almeno per il momento. La Corea invece è perfetta, per fare gli snob. Un po', anche, perché mi ricorda, per mille piccole coincidenze (che probabilmente mi costruisco io), la mia adorata Germania: alcune dinamiche sociali ed elementi caratteriali diffusi, alcune somiglianze nell'industrializzazione e nell'economia, alcune coincidenze storiche, il paese diviso, ecc ecc.

Aggiungiamo, visto che ci siamo, che Kim Ki-Duk, il mio regista preferito, ha girato un numero variabile di film che stazionano periodicamente nella mia decina di film preferiti (stabilmente almeno tre: L'Isola, Ferro3, La Samaritana)e che sono coreani pure due dei migliori fumetti che abbia mai letto (Il Grande Catsby, soprattutto, e I Fiori del Male) ed una delle serie tv demenziali più riuscite (Franceska). La ciliegina sulla torta: trovo geniale l'idea di avere una rete nazionale satellitare, in lingua inglese, che faccia una promozione del Paese a tutto tondo, dal punto di vista turistico, certamente, ma anche culturale, sociale, politico, con programmi di approfondimento precisi e professionali, documentari coinvolgenti, lezioni di lingua coreana molto divertenti ed amenità varie (non mancano ovviamente badilate di K-Pop mielenso e i tornei di videogiochi vari).

Comunque, morale della favola: avete bisogno di un'idea semplice, economica e di facile realizzazione per una salsa da abbinare a piatti di carne o verdura spadellati? Ecco la soluzione, direttamente dalla rete Arirang. Tritate finemente una quantità a piacere di cipollotti e spicchi d'aglio (più avrete la pazienza di essere minuziosi, nella dimensione del trito, meglio verrà la salsa). Scaldate sul fondo di una padella un filo d'olio (avvertenza: se non l'avete già fatto, abbandonate per sempre il falso mito che la cucina italiana sia la migliore cucina del mondo. Fandonie che ci raccontiamo per avere almeno qualcosa di cui vantarci. Il mondo è pieno di ottime cucine nazionali, di cui è impossibile fare una classifica oggettiva di qualità. Mai provato a considerare il Sud-Est asiatico, il Sud America, l'Europa centro-settentrionale, per esempio? Quindi, come primo atto liberatorio da questa schiavitù mentale, ripetete cento volte che l'olio extravergine d'oliva non è il miglior olio del mondo. Esistono molti altri tipi di ottimo olio, ognuno più adatto per determinati scopi. Questa volta usate un olio di semi, preferibilmente di girasole), e fate appassire nella padella i cipollotti e l'aglio -senza fretta e a fuoco lento. Raggiunto il punto di cottura desiderato, aggiungete salsa di soia (del tipo giapponese -salato, per intenderci), miele (chiaro) e zucchero, regolando anche in questo caso le quantità secondo il vostro gusto. Fate continuare la cottura, se necessario, fino ad ottenere una consistenza vischiosa. La salsa è pronta: versatela nella padella con gli ingredienti principali del piatto, mescolate, e lasciate insaporire qualche minuto prima di servire.

(Questo post dato che la mia blogger preferita latita dal web -o parla di argomenti esiziali- e con lei la rubrica Giovedì gnocchi. Potrei farne una rubrica anch'io: "L'etnico fatto in casa - se la Lega fa chiudere il tuo kebabaro di fiducia")

Si vive insieme, si muore soli


Il Tg3 della notte non è certo un campione di imparzialità e la loro corrispondente dagli Stati Uniti non può certo vantare particolare brillantezza. Eppure, anche tenendo a mente questo, sono rimasto decisamente spiazzato, qualche sera fa.

La giornalista riportava baldanzosa una dichiarazione del presidente Obama a Napolitano, in visita negli Stati Uniti. In soldoni: l'America ci tiene a conservare un rapporto con l'Europa, ma nel quadro multipolare della relazioni con i Paesi Asiatici, il Brasile, ecc ecc... Posso capire che non le sembrasse vero poter usare finalmente la parola multipolarità con tono propositivo e non polemico nei confronti dell'America (eh, basta farsi un giretto di una decina di minuti su Camilloper farsi un'idea di quanto sia cambiata la politica estera americana), ma non ci si è resi conto neanche per un istante delle ricadute di questa posizione?

Il rapporto transatlantico è logoro ormai da decenni, senza che ci siano stati segnali di recupero importanti (non so quante volte ho sentito citare, nell'ultimo periodo, la battuta di Kissinger sul numero telefonico dell'Europa, ed eravamo con Nixon -uhm, o Ford, ricordate?). Di fatto, un legame stabile tra Europa e Stati Uniti, in cui entrambe le parti riconoscano nell'altro un pilastro fondamentale della propria proiezione internazionale, in cui ci sia una comunanza di intenti e di posizioni (o in cui si sappia trovare una sintesi tra diverse posizioni, in nome di una compattezza giudicata prioritaria al perseguimento dei propri interessi), non esiste più. Ma, almeno nella forma, un certo riguardo reciproco lo si era sempre conservato.

Ora, sembra che anche questa patina di formalità sia venuta meno. Il primo viaggio di stato ufficiale della Clinton in Asia e non in Europa (novità assoluta), tanti piccoli indizi nel corso della crisi, la fantomatica (sì, sì, fantomatica, per un po' possiamo ancora stare tranquilli) Chimerica profetizzata nei giornali. Frasi come quella indicata prima. Non so quanto ci sia da rallegrarsi, di questa nuova piega.

Se non altro, una cosa positiva c'è. Una freccia in più nella faretra di quanti pensano che le inflazionate teorie di Huntington sullo scontro di civiltà fossero, detto fantozzianamente, una boiata pazzesca.


mercoledì 21 aprile 2010

Poi dici che non capiscono: era la pancia quella, non la testa


Non ho mai apprezzato granché il personaggio Mark Twain, e ancor meno lo scrittore. Ma, visto che incappo spesso nell'ultimo periodo in discussioni sul tema, che oggi sul Riformista è stato pubblicato uno stralcio da un suo libro in uscita, e che ricorrere alle citazioni di persone famose è un ottimo modo per esprimere le nostre opinioni, in forma migliore di quanto riusciremmo mai a fare, riporto alcuni estratti. (Anche perché far capire come la penso, riguardo all'opinione pubblica, renderebbe molto più chiaro un post sull'astensionismo, se mai mi deciderò a pubblicarlo).

"...prestiamo più attenzione ad accordare le nostre opinioni con quelle del nostro vicino e a mantenere la sua approvazione, piuttosto che a esaminarle con scrupolo per vedere se siano giuste e fondate. Questa abitudine conduce necessariamente a un altro risultato: l'opinione pubblica che nasce e si alimenta in questo modo non è affatto un'opinione, è semplicemente un'abitudine; non suscita riflessioni, è priva di principi e non merita rispetto" (si noti che il non meritare rispetto non comporta il non meritare attenzione)

"Il cittadino medio non è uno studioso delle dottrine dei partiti, e a ragione: né io né lui saremmo in grado di comprenderle"

"Lo stesso vale per qualsiasi altra grande dottrina politica; perché tutte le grandi dottrine politiche sono piene di problemi difficili -problemi molto al di fuori della portata del cittadino medio"

A queste riflessioni è da collegarsi il fatto che:

- la politica non deve rispondere esclusivamente all'opinione pubblica;
- non è buona politica quella che si pone come unico obiettivo e che riconosce come unico metro della bontà del proprio operato l'aderenza piatta all'opinione pubblica;
- compito della politica è quella di riconoscere le esigenze ed i problemi sociali che stanno alla base delle manifestazioni dell'opinione pubblica e dar loro una risposta all'interno di una più ampia e strutturata cornice ma spesso il modo migliore per farlo non è quello di far propri gli umori dell'opinione pubblica, riguardo a quelle tematiche (riassuntino più chiaro: la politica deve rispondere alle esigenze mosse dall'opinione pubblica, ma non deve -necessariamente-farlo con i toni e le misure invocati da questa. Che poi in questo sta la diversa natura della democrazia indiretta, per quanto molti cerchino di spacciarla per una mera soluzione pratica, "perché non ci stiamo più tutti fisicamente in piazza, a votare per alzata di mano");
- tutta la gloria ottenuta passando attraverso la via più semplice, è ben poca cosa, ed ha poco senso mettere il broncio ed invidiarla (in parecchi hanno scritto cose brillantissime su questo. A me viene in mente un articolo di Polito);
- un partito può adottare una linea d'azione simile solo a patto di avere una propria solidità interna, in termini di strutture e di idee, capace di reggere ai contraccolpi dovuti a questo scollamento dall'opinione pubblica. Tutte le filippiche sulle possibilità di successo di un partito moderno, snello, light, sono favole belle o, per dirla più prosaicamente, fuffa.

A me sono sembrati questi gli argomenti migliori, per spiegare a chi vede, ancora dall'esterno, il fenomeno Lega come un partito che ha saputo ammodernarsi, civilizzarsi, e fare propria una buona linea politica.

lunedì 19 aprile 2010

Lessons from a friday night

L'abbiamo sempre provata sulla nostra pelle, l'assoluta evidenza che l'autogestione, a scuola, fosse qualcosa di inutile e ridicolo. Nessuno ci aveva mai detto, però, che nei pub funziona benissimo.

domenica 18 aprile 2010

La tv è specchio del mondo


Sui contenuti della politica del Dalai Lama ce ne sarebbe da discutere per giorni. Io finisco immancabilmente per essere molto critico e scettico su ogni punto in questione.

Mi pare però che sui modi della stessa, sulla allure del personaggio e sui suoi metodi comunicativi ci sia ben poco da cui discutere, prima della bocciatura. Una prova per tutte? In uno dei giochi della prima puntata de La pupa e il secchione, in cui le ragazze erano chiamate ad indovinare il nome della persona mostrata in fotografia, l'unica che è stata indovinata al primo tentativo, senza bisogno di aiuti e suggerimenti, indovinate chi era? Quando si dice autoevidenza.